Autore del testo


Contenuti per adulti
Questo testo contiene in toto o in parte contenuti per adulti ed è pertanto è riservato a lettori che accettano di leggerli.
Lo staff declina ogni responsabilità nei confronti di coloro che si potrebbero sentire offesi o la cui sensibilità potrebbe essere urtata.
Molti scrivono libri di viaggio per ispirare le persone a "uscire dalla propria zona di comfort". Io scrivo questo libro per implorarvi di rimanerci. Chiudetevi in casa. Ordinate una pizza. La vostra zona di comfort è bellissima. Ha il Wi-Fi, non ha cactus pronti a pungervi e, soprattutto, nessuno vi costringerà mai a vestirvi da ananas per combattere un uomo chiamato "Sangre de Toro".
Questo non è un libro di consigli. È una serie di avvertimenti. Se leggendolo vi sentirete meglio riguardo alla vostra vita mediocre e priva di pericoli, allora il mio sacrificio (e le mie costole incrinate) saranno serviti a qualcosa.
Preparatevi. Sta per piovere sabbia, poliestere e decisioni sbagliate.
— T.F.
Le Avventure di Tyler Falls Tappa #1: Il Messico e la "Maledizione dell'Ananas":
Il problema di non masticare bene lo spagnolo è che, a un certo punto, smetti di annuire per educazione e inizi a farlo per sopravvivenza. Solo che stavolta l'educazione mi ha fregato.
Mi sono ritrovato nel bel mezzo di un ring di Lucha Libre, circondato da trecento persone che urlavano il mio nome di battaglia: “El Piña Loco”. Il Pazzo Ananas. Perché? Perché l’unico costume rimasto nello spogliatoio era una tutina gialla integrale con un ciuffo di foglie verdi di plastica sulla testa che mi faceva sembrare più un dessert andato a male che un lottatore temibile.
Di fronte a me c’era Sangre de Toro. Un uomo che pesava quanto una utilitaria e aveva bicipiti che sembravano prosciutti stagionati. Mi guardava con l’odio di chi ha appena scoperto che un ananas antropomorfo ha osato calpestare il suo terreno sacro.
— “Oye, gringo,” ringhiò lui, la maschera di cuoio rosso che gli schiacciava il naso. “Preparati a diventare succo.”
Io ho alzato le mani, cercando di ricordare come si dicesse "È stato un malinteso, cerco solo l'uscita" in spagnolo, ma il mio cervello ha prodotto solo la parola “Guacamole”.
L’arbitro, un vecchietto con un dente solo e una maglietta di Topolino, ha suonato la campana. In quel momento ho capito due cose fondamentali della vita:
Le foglie di plastica sulla mia testa tagliano la fronte se corri troppo veloce.
Sangre de Toro non sa cosa sia l'ironia, ma sa benissimo come fare un suplex.
La Grande Fuga del "Piña Loco"
Nel momento in cui Sangre de Toro ha iniziato a caricare come un rinoceronte sotto anfetamine, il mio istinto di conservazione ha preso il sopravvento sulla dignità. Non ho sferrato un pugno. Ho fatto l'unica cosa logica: mi sono rannicchiato a uovo e sono rotolato fuori dalle corde, rimbalzando sul tavolo dei commentatori tra una pioggia di bicchieri di plastica e nachos avanzati.
"¡Cobarde! ¡Piña miedosa!" urlava la folla. Traduzione: "Codardo! Ananas pauroso!". Non potevo dar loro torto.
Atterrato di faccia sul cemento, ho visto una bicicletta con il cestino di vimini parcheggiata proprio accanto all'uscita. Senza smettere di correre, ci sono saltato sopra. Il proprietario, un bambino di otto anni con un ghiacciolo in mano, mi ha guardato con la stessa espressione con cui si osserva un UFO che si schianta in giardino.
— "Perdón, chico! Te la riporto... forse!" ho urlato, iniziando a pedalare come se avessi i demoni alle calcagna.
Il problema della tuta da ananas è l'aerodinamica. Il ciuffo verde sulla testa faceva resistenza al vento, e ogni volta che superavo i quindici chilometri orari rischiavo di decollare o di strozzarmi con il laccetto del mento.
Ho svoltato in un vicolo pieno di panni stesi, abbattendo tre lenzuola bianche che si sono impigliate nel mio costume. Ora non ero più solo un ananas: ero un ananas fantasma su una bici troppo piccola, che sfrecciava verso la giungla dello Yucatán mentre in lontananza sentivo ancora i rintocchi della campana del ring e le imprecazioni di Sangre de Toro.
Nota per il futuro: non ordinare mai più nulla che suoni vagamente come "sfida all'ultimo sangue" se hai addosso del poliestere giallo.
Recensione da una Giungla Umida (e Gialla)
Mi sono fermato quando la catena della bici ha emesso un suono simile a un lamento umano e si è arresa definitivamente. Attorno a me: giungla. Buio pesto. E un coro di insetti che sembravano ridere della mia tuta in poliestere.
Mi sono seduto su un tronco marcio, ho tirato fuori il telefono (miracolosamente ancora intero, a differenza della mia dignità) e, con l'ultimo 4% di batteria, ho sentito il bisogno impellente di fare giustizia. Se dovevo morire divorato da un giaguaro, il mondo doveva sapere la verità su quel ristorante.
Recensione TripAdvisor – "La Cantina del Diablo", Merida
? (1 Stella su 5)
"Cibo accettabile, ma il servizio clienti è un incubo. Ho chiesto un succo e mi hanno costretto a combattere contro un uomo-montagna chiamato Sangre de Toro. Il costume da ananas fornito dal locale è di pessima fattura, prude tantissimo e non è ignifugo. Non tornerò. P.S. Se trovate una bici blu con un cestino di vimini vicino al tempio, è di un bambino a cui devo 50 pesos."
Inviato. Un ultimo bip e lo schermo è diventato nero. Fantastico.
Ora restava solo il problema del fuoco. Ho provato a strofinare due rami, ma l'unica cosa che ho ottenuto è stata una vescica sul pollice. Allora ho guardato il mio copricapo: quel ciuffo di plastica verde rigida che mi aveva quasi decapitato durante la fuga.
"Scusa, piccolo ananas," ho sussurrato.
Ho usato una pietra focaia (ok, in realtà era un accendino scarico che ho trovato in fondo alla tasca e che faceva ancora qualche scintilla) e ho dato fuoco alle foglie di plastica.
Il risultato? Non un falò accogliente, ma una colonna di fumo nero e tossico che puzzava di fabbrica di giocattoli bruciata e che probabilmente è stata avvistata dai radar della NASA. Però ehi, almeno le zanzare hanno smesso di pungermi. Credo siano svenute per le esalazioni.
Mi sono sdraiato a terra, avvolto nel mio guscio giallo, fissando le stelle attraverso il fumo chimico.
Messico: 1. Tyler Falls: 0. (Ma con una recensione che spacca).
Tappa #2: Il Sahara e la Teoria del Freddo Impossibile
Località: Da qualche parte tra una duna e l'allucinazione di un bar aperto.
Livello di Assurdità: 9/10.
"Il deserto non è vuoto. È pieno di sabbia che entra in posti del corpo umano dove la biologia non aveva previsto accessi.
Mi trovo a trascinare una cassa di metallo con la scritta 'Arctic Breeze 3000 – Il fresco del Polo a casa tua!' su una duna che sembra alta quanto l'Everest, ma fatta di polvere rovente. Il mio piano era semplice: trovare una carovana di Tuareg, spiegare i benefici del raffreddamento a inverter e usare il ricavato per comprarmi un cammello con il climatizzatore di serie.
Il problema è che i Tuareg sono persone intelligenti. Io, chiaramente, no.
Ne ho incontrato uno mezz'ora fa. Si chiamava Idris, aveva un turbante blu elettrico e uno sguardo che diceva: 'Ho visto molte cose in questo deserto, ma mai un gringo che cerca di vendermi una ventola a batteria in un posto dove non c'è una presa di corrente nel raggio di ottocento chilometri'.
— “Amico,” mi ha detto Idris in un francese perfetto mentre sorseggiava del tè bollente (bollente! A 50 gradi all'ombra!). “Questo aggeggio non serve. Il deserto è pazienza, non è Arctic Breeze.”
— “Ma Idris,” ho replicato io, cercando di non svenire, “pensa alla modalità 'Sleep'. Niente più sudore notturno!”
Lui mi ha guardato, ha guardato la mia cassa, e poi ha indicato l'orizzonte dove una tempesta di sabbia stava prendendo la forma di un muro alto come un palazzo.
— “Se vuoi dormire, Tyler Falls, ti consiglio di farlo sotto quel condizionatore. È l'unica cosa abbastanza pesante da non farti volare via quando arriverà la tempesta tra tre minuti.”
In quel momento ho capito che il mio spirito imprenditoriale era appena morto disidratato."
La Discesa degli "Arctic Breeze"
La tempesta non è arrivata come un soffio, è arrivata come un muro di mattoni fatto di polvere. Idris, con la calma di chi ha visto passare imperi e carovane, si era già avvolto nel suo turbante diventando un tutt’uno con la sabbia. Io, invece, ero un bersaglio giallo e blu che sventolava freneticamente.
"Il fortino! Devo costruire il fortino!" ho urlato, ma la mia voce è stata immediatamente inghiottita dal deserto.
Ho iniziato a impilare freneticamente le scatole degli Arctic Breeze 3000. Ho incastrato i cavi elettrici (totalmente inutili, dato che la presa di corrente più vicina era probabilmente a Casablanca) per legare insieme i condizionatori e creare una sorta di sarcofago tecnologico. Mi ci sono infilato dentro, chiudendo l'ultimo sportello con un pezzo di nastro adesivo che avevo in tasca.
Per tre secondi, ho provato un senso di geniale trionfo. Ero protetto. Ero al sicuro. Ero... in movimento.
Una raffica di vento particolarmente cattiva ha deciso che la mia struttura aveva la forma perfetta di una vela. Sotto di me, la cresta della duna ha ceduto.
— "OH NO! NO NO NO!"
Il mio "fortino" si è trasformato istantaneamente in uno slittino d'acciaio. Ho iniziato a scivolare giù dalla duna a una velocità che avrebbe fatto impallidire un pilota di Formula 1. Lo sfregamento del metallo sulla sabbia rovente produceva un suono simile a un gatto che suona il violino in un frullatore.
Rimbalzavo, ruotavo, venivo sballottato contro i compressori interni gridando: "L'ARIA CONDIZIONATA È UN'INVENZIONE DEL DIAVOLOOOO!".
Quando finalmente il mio "Arctic Bobsleigh" si è fermato a valle, ribaltandosi con un tonfo sordo, regnava il silenzio. Ho aperto lo sportello, strisciando fuori coperto di polvere e con i capelli che sembravano una scultura astratta.
Mi sono guardato intorno. Idris non c'era più. La tempesta era passata. Ma di fronte a me, a meno di dieci metri, c'era un gruppo di turisti giapponesi su dei cammelli che mi fissavano con i loro teleobiettivi pronti.
— "Ehm... ciao," ho detto, cercando di rimettermi in sesto la camicia. "Sconto speciale per il modello da esposizione? È leggermente graffiato, ma ha un'aerodinamica eccellente."
Tappa #3: Tokyo e il "Sumo-Caffè" della Disperazione
Località: Quartiere di Ry?goku, Tokyo.
Livello di Assurdità: 10/10 (con rischio di schiacciamento).
"Tokyo è una città che brilla. Tutto è pulito, tutto è puntuale, tutto ha un senso. Tranne me.
Ero stanco, affamato e cercavo disperatamente un 'Neko Café', uno di quei posti dove paghi per accarezzare gatti e sentirti meno solo nel mondo. Ho visto un'insegna con un disegno stilizzato che sembrava un cucciolo cicciottello e sono entrato, convinto di trovare dei soffici Maine Coon.
Invece dei gatti, ho trovato otto lottatori di Sumo.
Erano seduti su minuscoli sgabelli di legno che emettevano grida di dolore strutturale, indossavano solo il mawashi e avevano un’espressione di una tristezza cosmica. Il cartello all'ingresso, che ho tradotto solo dopo con Google Lens, non diceva 'Caffè dei Gatti', ma 'Sumo-Therapy: Coccola un Gigante Abbattuto'.
Pare che dopo una serie di sconfitte nel torneo stagionale, questi atleti avessero bisogno di 'connessione umana non violenta' per ritrovare l'autostima.
— “Prego, accomodati,” mi ha detto la proprietaria, una signora di ottant’anni che pesava quaranta chili ma irradiava un'autorità d'acciaio. “Lui è Haruki. È arrivato ultimo. Ha bisogno di un grattino dietro l'orecchio e che qualcuno gli dica che la sua spinta è ancora valida.”
Haruki mi guardava. Era una montagna d'uomo con i capelli raccolti in un perfetto chonmage, ma i suoi occhi... i suoi occhi imploravano pietà.
— “Ehm... bravo Haruki? Buono... bel lottatore?” ho sussurrato, iniziando a picchiettargli goffamente una spalla che sembrava fatta di marmo riscaldato.
Lui ha emesso un suono che era a metà tra un sospiro e un terremoto di magnitudo 4.0, e poi, senza preavviso, ha appoggiato la sua testa gigante sulla mia spalla.
In quel momento ho capito che:
Il cranio di un lottatore di Sumo pesa quanto un set di enciclopedie.
Se provo a spostarmi, morirò per collasso polmonare.
La mia vita è ufficialmente diventata una barzelletta che non fa ridere me, ma fa sbellicare l'universo."
Tappa #3: Il Duetto del Destino
La proprietaria del locale ha premuto un tasto e, come per magia, una palla stroboscopica è scesa dal soffitto, illuminando le lacrime che rigavano il volto di Haruki. In mano mi è comparso un microfono ricoperto di brillantini rosa.
— “Canta, Tyler-san,” ha sussurrato Haruki con una voce che sembrava il rombo di un tuono lontano. “Canta la canzone del tuo popolo. Canta la malinconia del sole.”
Non avevo scelta. Se avessi rifiutato, Haruki probabilmente mi avrebbe usato come cuscino per i prossimi tre anni. Le prime note di “Azzurro” sono partite con quel ritmo saltellante che, in un locale pieno di lottatori di Sumo depressi a Tokyo, suonava come una marcia funebre per la mia dignità.
“Azzurro... il pomeriggio è troppo azzurro... e lungo... per me!”
Ho iniziato piano, ma Haruki ha preso il secondo microfono e ha scatenato un baritono così potente da far vibrare i bicchieri di sakè sui tavoli. Non conosceva le parole, quindi si limitava a emettere dei "Ooooh-Azuuu-Rooo!" che sembravano canti gregoriani distorti.
Al secondo ritornello, gli altri sette lottatori si sono alzati in piedi, si sono presi per le spalle e hanno iniziato a oscillare a ritmo, creando un’onda d’urto umana che faceva inclinare il pavimento dell'edificio.
Eravamo lì: io, un naufrago della sfortuna, e otto montagne di muscoli e lacrime, che urlavamo al soffitto la nostalgia per un'estate italiana che nessuno di noi stava vivendo. Quando la musica è finita, Haruki mi ha abbracciato così forte che ho sentito le mie costole fare il rumore di un pacchetto di cracker schiacciato.
— “Grazie, Tyler-san,” ha tirato su col naso. “Ora sono pronto a combattere di nuovo.”
Mi hanno scortato fuori come un eroe nazionale, regalandomi una fornitura a vita di riso al vapore e una fascia per capelli con scritto 'Spirito Indomabile'.
Sono uscito in strada nel silenzio di Tokyo, mentre la gente mi guardava con sospetto. Avevo la fascia in testa, le costole incrinate e l'eco di Celentano nel cervello.
Nota per il diario: La prossima volta che cerco un gatto, vado al canile.
Tappa #4: Il Triangolo delle Bermuda (o "Perché non devo fidarmi delle offerte lampo")
Località: Coordinate ignote. Probabilmente fuori dal tempo e dallo spazio.
Livello di Assurdità: Fuori scala.
"La crociera si chiamava 'L'Ultima Frontiera'. Il biglietto costava meno di un panino in aeroporto e il depliant prometteva 'un'esperienza che vi farà sparire dalla circolazione'. Avrei dovuto leggerlo con più attenzione.
Mi trovavo sul ponte della nave, sorseggiando un cocktail che sapeva di detersivo per piatti, quando è arrivata la nebbia. Non una nebbia normale, grigia e umida. Questa era di un viola elettrico e profumava di fragole e vecchi videoregistratori.
All'improvviso, la bussola del capitano ha iniziato a girare così velocemente da sembrare un ventilatore impazzito e il GPS ha smesso di segnare la rotta per mostrare solo il punteggio di una vecchia partita a Tetris del 1989.
— “Signori e signore,” ha gracchiato l'altoparlante con la voce tremante del capitano, “non so dove siamo, ma il radar dice che siamo appena entrati in un parcheggio multipiano a Bogotà, mentre la vista fuori dal finestrino suggerisce che siamo nel Giurassico.”
Ho guardato oltre il parapetto. Non c'era più l'oceano. La nave stava galleggiando a un metro di altezza sopra una distesa di nuvole soffici che sembravano zucchero filato. In lontananza, un gruppo di pterosauri volava in formazione, portando dei piccoli zainetti a tracolla.
— “Fantastico,” ho sospirato, stringendo la mia fascia dello 'Spirito Indomabile' presa a Tokyo. “Almeno nel Sahara c'era la sabbia. Qui se cado, rischio di rimbalzare fino a Marte.”
È stato allora che ho visto l'isola. Non era fatta di terra, ma di una gigantesca pila di calzini spaiati, telecomandi smarriti e mazzi di chiavi di cui nessuno si ricorda più l'esistenza. Era il posto dove finisce tutto ciò che l'umanità perde.
E proprio lì, in cima a una montagna di tappi di penne biro, c'era un cartello di benvenuto con scritto: 'Tyler Falls, ti stavamo aspettando. Hai portato i condizionatori?'."
FINE.